UNA RIFLESSIONE SUL LOCKDOWN:
INUTILI O RESPONSABILI?
GIUGNO 2020

Il periodo di emergenza sanitaria ha messo per lungo tempo a dura prova tutti noi. Il fatto di non aver potuto vedere le persone che amiamo o, ancora adesso in molti casi, di non poterle abbracciare, è già sufficiente per generare un certo livello di disagio, ma c’è dell’altro.
Nella nostra vita di tutti i giorni, prima che insorgesse la pandemia, il nostro senso di soddisfazione era particolarmente legato all’attività che svolgevamo durante le giornate: dal lavoro alle visite ad amici, partenti o partner. Proviamo ad immaginare qualche esempio per capire come l’assenza di queste semplici cose possa provocare una serie di emozioni negative. Siamo al lavoro e, qualsiasi sia la nostra mansione, nel momento in cui qualcosa va storto ci adoperiamo subito per aggiustare il tiro e fare in modo che tutto torni a filare liscio. Ancora, un nostro amico o parente sta male, da una semplice influenza a qualcosa di più grave; cosa facciamo? Tendenzialmente ci viene spontaneo andare da quella persona a portare il nostro supporto, magari non possiamo guarirlo/a, ma certamente potremo stargli/le vicino/a e passare del tempo insieme. In questi modi, intervenendo su quello che accade, noi ci sentiamo meglio, o meno peggio, perché ci siamo mobilitati e abbiamo risolto un problema o portato un po’ di sollievo.
Fino a qualche settimana fa tutto ciò non era più possibile e soltanto ora stiamo piano piano ricominciando rivivere un pochino di attenta normalità. Fino a poche settimane fa quello che stava accadendo era che molte persone intorno a noi stavano male, rischiavano la vita, l’economia stava viaggiando verso il collasso e noi cosa potevamo fare per evitare tutto questo? La risposta era sempre la stessa ed era quella che le autorità, non solo politiche, ma medici e professionisti del settore, continuavano a comunicarci: stare a casa.

Questa condizione genera tipicamente un grave senso di inutilità. Si tratta di un vero proprio apprendimento di impotenza che accade nel momento in cui impariamo che ogni sforzo fatto non è utile ad alleviare la sofferenza. Questo meccanismo si può riscontrare anche nelle persone depresse, che hanno perso la speranza nella vita e assumono un atteggiamento passivo e arrendevole. Chi soffre di depressione si mostra infatti senza energie e senza le forze di reagire alle difficoltà della vita, arrivando a non mangiare e non alzarsi dal letto.
Ecco, questa situazione di emergenza ci ha chiesto di non lavorare, di non andare a trovare chi stava soffrendo a causa di questioni di salute fisica o psichica. Attenzione però, non ci stava chiedendo di essere passivi, e stare in casa era tutt’altro che inutile. Il lockdown è stato pesante da tollerare, spesso ha portato a conflitti con le persone con cui conviviamo, nervosismo o un grande senso di solitudine, ma non è stato inutile, al contrario: stando in casa abbiamo salvato delle vite. È stato proprio grazie all’enorme sforzo fatto a rispettare le restrizioni che è stato possibile ridurre l’afflusso dei pazienti gravi alle terapie intensive e pare che abbia anche contribuito a rendere il virus meno pericoloso e mortale.
È normale se alcuni di noi si sono trovati o ancora si trovano ad esperire un senso di impotenza per quello che abbiamo vissuto e può portarci a sentirci tristi, depressi e passivi. Quello che possiamo fare è essere consapevoli che questo può accadere e concentrarci nel pensare a quanto è stato importante e davvero poco passivo rispettare le restrizioni che gli esperti hanno valutato come necessarie. Abbiamo infatti già iniziato a vedere quanto i nostri sforzi sono stati necessari e preziosi ed è proprio ora che è fondamentale continuare ad essere responsabili e attenti per poter ricominciare a vedere qualche tassello della nostra vita sociale e comunitaria ritornare al proprio posto.
Quello che è certo è che questa pandemia ha lasciato alle nostre spalle un’esperienza che ci ha insegnato quanto la percezione di impotenza possa danneggiare la nostra vita psichica e relazionale.
Dott.ssa Elisa Brembilla
Psicologa, Mindfulness educator, Psicoterapeuta sistemico-relazionale in formazione.